L’esperienza immersiva al Museo della Mente

inserito da carlo infante il 19 giugno 2011 alle 10:51 in in evidenza     
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museomenteCon i ragazzi del Master in Comunicazione Scientifica promosso da MakeItSo abbiamo fatto un’esperienza immersiva al Museo-Laboratorio della Mente, per impattare con uno dei musei scientifici più emblematici del nostro Paese (vedi il Premio ICOM come museo + innovativo d’Italia). Abbiamo lanciato su twitter le nostre parole chiave relative l’esperienza condivisa.

A proposito, ecco le mie:

Esperienza immersiva, Mente Pubblica, Tecnologie Abilitanti.

Ora ne parliamo.

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17 Commenti

  1. carlo infante scrive:

    parlavo del Mettersi in gioco, ecco una mia opinione pubblicata qualche giorno fa su Tiscali

  2. Marco Erroi scrive:

    Borderline: un’esperienza extrasensoriale al limite della normalità, un viaggio nei meccanismi e nelle dinamiche della mente come un gioco in cui è facile perdere la concentrazione.
    Stargate: il varco da superare per accedere alla realtà immersiva, l’attraversamento della porta per mezzo di una tecnologia abilitante che genera scetticismo e paura dell’ignoto.
    Inner City: la città immersa, uno spazio da gestire e sviluppare.

    Entrare Fuori / Uscire Dentro

    [img]http://www.urbanexperience.it/wp-content/uploads/2011/06/2011-06-18 18.12.12.jpg[/img]

  3. Marco Salustri scrive:

    Lockati, persi nello spazio senza tempo , allontanati dai propri simili e costretti oltre un muro, al di là delle reti, i pazienti del manicomio vivevano nell’ombra in attesa della morte. Il Museo Laboratorio della Mente assegna al visitatore il compito di questa scoperta, ripercorrere l’esperienza del disagio e dell’esclusione. Un percorso immersivo, corpi, suoni, ombre in un ricerca inconsapevole di un centro, o forse di un senso, qualcosa a cui appigliarsi e oltre la quale perdersi.

  4. Marta Serpietri scrive:

    Buio. Uscendo dal museo dopo la visita mi accorgo di quanto buio fosse dentro. Ma non come in un tunnel o in metropolitana. Li il buio è ovvio, conosciuto, qui invece è stato inconsapevole. Un’immersione come in apnea di cui prendi coscienza solo dopo esserne uscito, come uno stargate che riattraversi tornando da un altro universo. (@Marco E.)

    Concentrazione. Davanti ad un microfono e ad una bocca gigante che dice cose confuse, è stato facile perderla. Che fare? Continuare a parlare, ascoltare o urlare più forte?  E’ un’interruzione espressiva, mancanza di comprensione, vivere un tempo e uno spazio diversi dal tuo interlocutore. (@Gianluca)

    Esperienza. Il cuore del museo è il tavolo interattivo. Da libri di carta si aprono libri di “luce”, e sfogliando trovi parole, ma dette, non stampate.
    I racconti delle esperienze dicono più di mille libri, sono le voci ritrovate di passati vissuti in quelle stanze. Giocare con la mani è potente: somma la vista e il tatto dando completezza sensoriale. (@Marco S.)

  5. Carlo FB scrive:

    uno snodo è la contraddizione straniamento/immersione.

    Da una parte trovare la misura di relazione tra noi e le informazioni-emozioni disposte nello spazio del museo dall’altra quella di farsi prendere…”entrare fuori”, attivare la coscienza emozionale. Ciò non significa però immedesimarsi. E di conseguenza a proposito dell’empatia possibile cerchiamo di capire se lo troviamo uno stato d’animo auspicabile o meno da vivere in un percorso museale.

     

  6. roberta scrive:

    Un’esperienza interiore ma partecipativa. Una partita a scacchi tra realtà ed immaginazione, un confronto tra sanità e malattia, un duello tra normalità e pazzia. Un viaggio verso una dimensione nuova e sospesa dominata dal tema del “confine” che permea anche la discrasia tra immedesimazione e “straniamento” e di conseguenza tra oggetto (il manicomio) e il soggetto (noi visitatori). Il motivo artistico di Studio azzurro che invade ovunque il Museo Laboratorio della Mente si basa sull’esperienza sensoriale che in parte corrompe la purezza di un ambiente già di suo carico di significato storico e temporale. Calpestare il pavimento sul quale gli “uomini con le scarpe slacciate” hanno poggiato i loro piedi vissuti di dolore, porta già automaticamente ad una sorta di immedesimazione. Ma l’apparente “corruzione” di quella purezza che il luogo già conserva se inizialmente spiazza, successivamente assume quella funzione di “straniamento” tanto amata da Brecht nel suo teatro epico. L’interattività del Museo ci ha portato ad una serie di interruzioni forzate che distraendoci ed evitando la nostra totale sospensione temporale, ha permesso però una maggiore capacità critica e una visione oggettiva “dal di fuori”.
    Allora alla fine di quest’esperienza, più che “straniamento” proverei più semplicemente a definire ciò che ho vissuto “immersione”. Se siamo in apnea, dopo pochi attimi ci manca il fiato e allora dobbiamo risalire e prendere aria. E il mondo parallelo che c’è sott’acqua scompare quasi fosse lontano anni luce. Ma basta poi immergere nuovamente la testa sotto, aprire gli occhi e una nuova visuale appare davanti a noi. Non è questa una percezione distorta della realtà? O è traducibile in una vera e propria presa di coscienza?
    “Buio: immergersi inconsapevolmente come in apnea nel “buio”, e solo dopo, con la luce, comprendere l’esperienza”. In fondo penso che la mia visione e quella di Marta non siano poi così lontane.

  7. Cercando un’immedesimazione nello stile di vita dei pazienti (anche se non penso di esserci riuscito a pieno), mi inorridiva principalmente l’idea per essi di essere continuamente interrotti nella libera espressione: ogni gesto lì dentro poteva essere frainteso e etichettato come “folle, da pazzo”, con la conseguente autoesclusione del paziente anche da sé stesso, oltre che dall’esclusione forzata prodotta dai “sani di mente”, bravi a creare con la geografia della segregazione degli esseri umani privi d’identità e senza un senso di vita. La negazione della libertà di espressione, in uno spazio ristretto e in un tempo indefinito, decreta inesorabilmente la morte dell’individuo in vita, una sorta di sindrome di locked-in, ma questa volta prodotta da altri e non da una malattia.
    Un curioso salto all’occhio, nonostante la consapevolezza del concetto, è la sensazione della paura dell’ignoto: sia da parte dei pazienti nell’uscire nel mondo, sia da parte della gente comune nell’entrare in una realtà fuori città, ci si accosta con prudenza, scetticismo e ansia ad attraversare la porta della conoscenza, lo Stargate, per immergersi nel mondo del diverso. Questa paura esiste ancora, non più verso i “malati di mente”, ma verso altre categorie di individui e penso sia giusto poter avere il coraggio di varcare sempre lo Stargate, anche con tutti i timori annessi e connessi.
    Ogni volta che ci si chiude agli altri e si ragiona su filtri mentali e preconcetti che, involontariamente, abbiamo acquisito con la nostra esperienza, si osserva una realtà molto diversa da quella che è. La percezione distorta del reale è un tema che rientra quasi sempre nell’ambito dell’esperienza manicomiale, proprio perché si è poco consci di quello che c’é dall’altro lato della porta.

  8. sarasampi scrive:

    Riflettendo sulle parole chiave scaturite dall’esperienza immersiva

    Percezione. Noi non osserviamo realmente ciò che ci circonda, ma vediamo ciò che pensiamo di vedere. Una cultura diversa significa una differente percezione della realtà. Il nostro bagaglio culturale influenza la nostra vita, i nostri pensieri ed i nostri giudizi. La visita al museo della mente mi ha permesso di dare conferma, fare, per così dire, la prova del nove, ad informazioni di cui ero già in possesso. Il punto di forza dell’esperienza (@Marta) è stato prendere parte attiva per superare i nostri condizionamenti culturali (percezione distorta; @Gianluca)
    Incomprensione. Scomposizione di sé, senso di oppressione, confusione ed angoscia, buio interiore (@Marta). Provare a parlare e non riuscire a sentirsi (mancanza di concentrazione; @Marta), ma allo stesso tempo non poter comunicare (interruzione espressiva; @Gianluca). Chiusi in sé stessi senza via di uscita, vulnerabili (@Roberta). Ma anche privazione di identità, uniformizzazione per gestire la paura dell’ignoto (@Gianluca) scaturente dalle differenze (@Marco S). Al museo nei panni di malati e dottori (stargate; @Marco E).
    Presa di coscienza. L’arte come strumento per capirsi e capire. Azione attiva per sforzarsi di uscire dall’incomprensione. Step conclusivo e fondamentale del mio percorso è stata la consapevolezza che si può uscire dall’oscurità, se si hanno i mezzi e la volontà di farlo.

  9. sarasampi scrive:


    Ottimo, Marco. Buona scelta!

  10. carlo infante scrive:

    ecco il report finale, elaborato su un googledoc condiviso

    Esperienza immersiva al museo della mente

    Ieri abbiamo avuto la possibilità di visitare il Museo Laboratorio della Mente con una guida d’eccezione: il nostro collega ed amico Marco Salustri. Sotto la sua supervisione ci siamo “immersi” in un mondo a noi in gran parte estraneo. Grazie anche all’ottima ambientazione creata da Studio Azzurro, che ha curato l’allestimento multimediale del Museo, abbiamo vissuto un’esperienza interattiva, in cui abbiamo messo alla prova la nostra percezione nelle attività proposte, al fine di comprendere la vastità e le stranezze dei giochi della mente.

    Il metodo attivato per realizzare una restitituzione nel web 2.0  di questa esperienza immersiva è quello di individuare, ciascuno di noi, 3 parole chiave x definire gli stati d’animo, le criticità e le potenzialità indotte dal Museo Lab della Mente. Dalle parole chiave a twitter, da twitter al blog, dal blog al wiki (ovvero il sistema che sta alla base di questo googledoc)

    Esperienza immersiva (@carlinfante),
    concerne l’approccio con un sistema museale che sa quanto sia fondamentale sollecitare l’attenzione partecipata dello spettatore. Per Mettersi in gioco (@Filippo) ( vedi approfondimento su Tiscali).
    Come nel caso del tavolo interattivo, un laboratorio/gioco (@Filippo).
    Da libri di carta si aprono libri di “luce”, e sfogliando trovi parole, ma dette, non stampate.
    I racconti delle esperienze dicono più di mille libri, sono le voci ritrovate (@Marco S.) di passati vissuti in quelle stanze, frammenti di sguardi e di parole, vite che emergono da insondabili distanze.
    Giocare con la mani è potente: somma la vista e il tatto dando completezza sensoriale.

    Uno snodo è la contraddizione straniamento/immersione.
    Da una parte si procede per trovare la misura di relazione tra noi e le informazioni-emozioni disposte nello spazio del museo, dall’altra quella di farsi prendere…”entrare fuori”, attivare la coscienza emozionale.
    Ciò non significa però immedesimarsi. E di conseguenza, a proposito dell’empatia possibile, è il caso di capire se l’empatia sia uno stato d’animo auspicabile o meno da vivere in un percorso museale.

    Un’esperienza interiore ma partecipativa (@roberta).
    Una partita a scacchi tra realtà ed immaginazione, un confronto tra sanità e malattia, un duello tra normalità e pazzia.
    Un viaggio verso una dimensione nuova e sospesa dominata dal tema del “confine” che permea anche la discrasia tra immedesimazione e “straniamento” e di conseguenza tra oggetto (il manicomio) e il soggetto (noi visitatori). Il motivo artistico di Studio azzurro che invade ovunque il Museo Laboratorio della Mente si basa sull’esperienza sensoriale che in parte corrompe la purezza di un ambiente già di suo carico di significato storico e temporale.
    Calpestare il pavimento sul quale gli “uomini con le scarpe slacciate” hanno poggiato i loro piedi vissuti di dolore, porta già automaticamente ad una sorta di immedesimazione. Ma l’apparente “corruzione” di quella purezza che il luogo già conserva se inizialmente spiazza, successivamente assume quella funzione di “straniamento” tanto amata da Brecht nel suo teatro epico.
    L’interattività del Museo ci ha portato ad una serie di interruzioni forzate che distraendoci ed evitando la nostra totale sospensione temporale, ha permesso però una maggiore capacità critica e una visione oggettiva “dal di fuori”.
    Allora alla fine di quest’esperienza, più che “straniamento” proverei più semplicemente a definire ciò che ho vissuto come “immersione”. Se siamo in apnea, dopo pochi attimi ci manca il fiato e allora dobbiamo risalire e prendere aria. E il mondo parallelo che c’è sott’acqua scompare quasi fosse lontano anni luce. Ma basta poi immergere nuovamente la testa sotto, aprire gli occhi e una nuova visuale appare davanti a noi. Non è questa una percezione distorta della realtà? O è traducibile in una vera e propria presa di coscienza?


    Buio (@marta).
    Uscendo dal museo dopo la visita ci si accorge di quanto buio fosse dentro. Ma non come in un tunnel o in metropolitana. Li il buio è ovvio, conosciuto, qui invece è stato inconsapevole. Un’immersione come in apnea di cui prendi coscienza solo dopo esserne uscito, come uno stargate (@Marco E.) che riattraversi tornando da un altro universo.

    Mente Pubblica (@carlinfante),
    il fatto che il Museo nasca in un ex Manicomio che per anni ha prodotto esclusione ne esalta la funzione di laboratorio civile che tratta dell’inclusione, ovvero dell’integrazione della diversità, a partire da una soluzione creativa che solleciti partecipazione.
    Borderline (@marco)
    un’esperienza extrasensoriale al limite della normalità, un viaggio nei meccanismi e nelle dinamiche della mente come un gioco in cui è facile perdere la concentrazione.
    Che fare davanti ad un microfono e ad una bocca gigante che dice cose confuse? Continuare a parlare, ascoltare o urlare più forte?

    Tecnologie Abilitanti (@carlinfante)
    il linguaggio lo è da sempre e oggi la multimedialità interattiva, come quella adottata da Studio Azzurro nel percorso museale esplicita questa funzione. L’interazione con gli oggetti ne aggiunge e modifica il senso, Interaction Design (@filippo).

    Inner City (@marcoerroi)
    La città immersa, ovvero la città dentro.
    Con la stessa logica che generò la ripresa della Inner City di Detroit (svuotatasi alla fine degli anni ’60 in seguito al trasferimento in periferia degli stabilimenti automobilistici), si può pensare all’intero spazio del Comprensorio del Santa Maria della Pietà come ad un contenitore aperto nel quale inserire contenuti di varia forma e genere. Uno spazio percettivo e libero di essere contaminato.

    Geografie della segregazione  (@marco)

    APPUNTI TAG

    Concentrazione
    Esclusione, geografie della segregazione dove l uomo diviene oggetto
    differenze, sull’orlo della normalità alla ricerca della moltepllicità
    Percezione Distorta
    Paura dell’Ignoto
    Interruzione Espressiva
    Percezione
    Presa di coscienza
    Straniamento/Disorientamento/Incomprensione
    Vulnerabilità

    VECCHI APPUNTI

    Cercando un’immedesimazione nello stile di vita dei pazienti (anche se non penso di esserci riuscito a pieno), mi inorridiva principalmente l’idea per essi di essere continuamente interrotti nella libera espressione: ogni gesto lì dentro poteva essere frainteso e etichettato come “folle, da pazzo”, con la conseguente autoesclusione del paziente anche da sé stesso, oltre che dall’esclusione forzata prodotta dai “sani di mente”, bravi a creare con la geografia della segregazione (@ Marco S) degli esseri umani privi d’identità e senza un senso di vita. La negazione della libertà di espressione, in uno spazio ristretto e in un tempo indefinito, decreta inesorabilmente la morte dell’individuo in vita, una sorta di sindrome di locked-in, ma questa volta prodotta da altri e non da una malattia.
    Un curioso salto all’occhio, nonostante la consapevolezza del concetto, è la sensazione della paura dell’ignoto: sia da parte dei pazienti nell’uscire nel mondo, sia da parte della gente comune nell’entrare in una realtà fuori città, ci si accosta con prudenza, scetticismo e ansia ad attraversare la porta della conoscenza, lo Stargate (@ Marco E), per immergersi nel mondo del diverso. Questa paura esiste ancora, non più verso i “malati di mente”, ma verso altre categorie di individui e penso sia giusto poter avere il coraggio di varcare sempre lo Stargate, anche con tutti i timori annessi e connessi.
    Ogni volta che ci si chiude agli altri e si ragiona su filtri mentali e preconcetti che, involontariamente, abbiamo acquisito con la nostra esperienza, si osserva una realtà molto diversa da quella che è (@ Sara). La percezione distorta del reale è un tema che rientra quasi sempre nell’ambito dell’esperienza manicomiale, proprio perché si è poco consci di quello che c’é dall’altro lato della porta.

    Percezione. Noi non osserviamo realmente ciò che ci circonda, ma vediamo ciò che pensiamo di vedere. Una cultura diversa significa una differente percezione della realtà. Il nostro bagaglio culturale influenza la nostra vita, i nostri pensieri ed i nostri giudizi. La visita al museo della mente mi ha permesso di dare conferma, fare, per così dire, la prova del nove, ad informazioni di cui ero già in possesso. Il punto di forza dell’esperienza (@Marta) è stato prendere parte attiva per superare i nostri condizionamenti culturali (percezione distorta; @Gianluca)
    Incomprensione. Scomposizione di sé, senso di oppressione, confusione ed angoscia, buio interiore (@Marta). Provare a parlare e non riuscire a sentirsi (mancanza di concentrazione; @Marta), ma allo stesso tempo non poter comunicare (interruzione espressiva; @Gianluca). Chiusi in sé stessi senza via di uscita, vulnerabili (@Roberta). Ma anche privazione di identità, uniformizzazione per gestire la paura dell’ignoto (@Gianluca) scaturente dalle differenze (@Marco S). Al museo nei panni di malati e dottori (stargate; @Marco E).
    Presa di coscienza. L’arte come strumento per capirsi e capire. Azione attiva per sforzarsi di uscire dall’incomprensione. Step conclusivo e fondamentale del mio percorso è stata la consapevolezza che si può uscire dall’oscurità, se si hanno i mezzi e la volontà di farlo.

    Stargate: il varco da superare per accedere alla realtà immersiva, l’attraversamento della porta per mezzo di una tecnologia abilitante che genera scetticismo e paura dell’ignoto.


    Lockati, persi nello spazio senza tempo , allontanati dai propri simili e costretti oltre un muro, al di là delle reti, i pazienti del manicomio vivevano nell’ombra in attesa della morte. Il Museo Laboratorio della Mente assegna al visitatore il compito di questa scoperta, ripercorrere l’esperienza del disagio e dell’esclusione. Un percorso immersivo, corpi, suoni, ombre in un ricerca inconsapevole di un centro, o forse di un senso, qualcosa a cui appigliarsi e oltre la quale perdersi.

    E’ un’interruzione espressiva, mancanza di comprensione, vivere un tempo e uno spazio diversi dal tuo interlocutore. (@Gianluca)

  11. carlo infante scrive:

    Il progetto di tesi IED condotta da Urban Experience sui percorsi emozionali per arrivare al Museo della Mente.




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