
Guerrilla gardening: evento o processo?
Giardini comunitari e condivisi, orti urbani, guerrilla gardening: un elenco di attività, con una lunga tradizione, soprattutto nordeuropea e nordamericana, che sembrano essere diventate di moda improvvisamente anche in Italia. In anni recentissimi, infatti, in tutta la penisola abbiamo assistito a un’esplosione di attivisti, di esperienze, di luoghi in abbandono “riconquistati a colpi di vanga”, che sembrano rinnovare l’antica tradizione di memoria contadina degli orti urbani.
Oggi, però, il fenomeno sta prendendo forme e dimensioni differenti, che rendono la realtà molto più complessa e per questo meriterebbe una rinnovata attenzione. Agli orti urbani, abusivi e non, si stanno affiancando sempre più differenti esperienze di giardinaggio e orticultura urbane, capaci di esprimere un desiderio non solo di verde, ma sopratutto di riconquista della città da parte di un pubblico ben più articolato di un tempo, a partire da bisogni primari legati alla qualità della vita.
Il guerrilla gardening si aggira nelle nostre città attraverso azioni effimere, a carattere temporaneo, soprattutto se lette singolarmente. Gruppi di cittadini‐attivisti si auto‐organizzano ed entrano in azione, preferibilmente di notte (ma non solo), per piantare aiuole e spazi abbandonati. Se da una parte si aggirano nottetempo per evitare problemi con le forze dell’ordine, dall’altra cercano comunque visibilità sia per “arruolare” nuovi volontari, sia per cercare l’appoggio dei residenti della zona dove agiscono, per garantire vita futura alle piante.
Oggi il guerrilla gardening in Italia ha una discreta diffusione e sopratutto messa in rete dovuta al sito guerrillagardening.it ad opera di due guerriglieri milanesi, nato dopo aver contattato l’attivista britannico Richard Reynolds, coordinatore dal 2004 del blog guerrillagardening.org. Velocemente il sito italiano è diventato il punto di riferimento di tanti guerriglieri del verde sparsi nella penisola, catalizzando anime solitarie e gruppi ed incentivando la formazione di gruppi locali.
Torino, Roma, Milano, Napoli, Genova, ma anche centri minori come Latina, Pescia, Fano, Ragusa, alcune cittadine dell’Umbria e della Basilicata, subiscono periodicamente gli “attacchi” di altrettanti gruppi di cittadini verdi dai nomi fantasiosi: “badili badola”, “rastrelli ribelli”, “tantu verde”, “giardinieri sovversivi romani”, “friarielli ribelli“.
Riferendoci alle origini del termine, è evidente il riferimento alle tattiche utilizzate per questo tipo di operazioni: continue azioni di disturbo, in cui le armi sono tempo, energia e immaginazione, piuttosto che denaro e grandi organizzazioni. Occorrono una forte rete di comunicazione, un’ampia autonomia decisionale ed una forte motivazione dei partecipanti; e, proprio come nelle guerriglie, soprattutto nelle operazioni degli attivisti più “agguerriti”, è necessario agire in territori adatti per nascondersi (per questo spesso si agisce di notte), avere l’appoggio della popolazione locale (che non chiami agenti dell’ordine pubblico e soprattutto che annaffi in seguito le piante!), dotarsi di un “armamento” leggero e facile da trasportare (piante, sacchetti di terra, guanti e zappe sono spesso stipate in un’auto che arriva nel luogo da “attaccare” al momento convenuto, rigorosamente sotto il controllo di un partecipante che fa da “palo” durante tutta l’operazione).
In queste pratiche, insomma, il giardinaggio urbano diventa gesto politico, denuncia di degrado di uno spazio, rivendicazione di appartenenza e di cura, espressione di potenzialità di trasformazione, ma anche gioco, passione, socialità, divertimento.
Riflettere sul tema delle azioni di guerrilla gardening può farci porre, quindi, interrogativi sui modi di vivere, pensare e gestire lo spazio pubblico contemporaneo?
Senza elencare i numerosi esempi di orti e giardini urbani e condivisi, figli del movimento nordamericano dei community gardens, che stanno prendendo corpo in diverse città italiane, ciò che serve sottolineare è il movimento culturale che in qualche modo sottende queste pratiche a cui spesso, anche in città come Roma, le amministrazioni non danno valore o tardano a riconoscerne l’ampiezza e il diffuso desiderio.
Che cosa hanno in comune e in cosa si discostano, allora, i guerrilla gardeners con i nuovi ortisti urbani?
La volontà di riappropriarsi della città, dei suoi spazi dimenticati, trasformandone il potenziale in effettivo spazio pubblico è sicuramente il minimo comune denominatore di queste attività, che sembrerebbero discostarsi solo per la valenza fortemente effimera, ma allo stesso tempo politica, dei primi rispetto ai secondi.
Se i “guerriglieri” usano generalmente modalità d’azione paragonabili ai flash mob e generalmente in aree spot, come aiuole o spartitraffico variando ogni volta la localizzazione dei propri attacchi, i nuovi ortisti comunitari prediligono processi più articolati e di lunga durata, radicati al proprio quartiere di residenza e cercano il dialogo con le istituzioni per far riconoscere le proprie attività e spazi.
Dunque, l’aspetto effimero ed eventuale sarebbe il maggior discriminante tra le due azioni. In questo senso possiamo riconoscere che diverse pratiche, diventate molto frequenti negli ultimi anni, hanno questa radice situazionista. Nel caso delle istanze verdi, ad esempio, possiamo ricordare l’azione PARK(ing), a firma del gruppo statunitense Rebar, avvenuta nel novembre 2005 in un’area di parcheggio a San Francisco, individuata tra le tante senza spazi verdi e trasformata per l’occasione in piccolo giardino, dove riposarsi, incontrarsi e prendere il sole. Da questa prima azione ne sono seguite altre, diffuse ormai in tutto il mondo (moltiplicando organizzatori ed eventi), fino all’ideazione di una giornata internazionale di PARK(ing). Non solo, altre azioni si sono ispirate a questa modalità effimera di sovvertire l’ordine precostituito dello spazio pubblico, come ad esempio l’evento “I park art”, spazi espositivi temporanei che ugualmente si realizzano occupando zone di parcheggio e promuovendo la ri‐appropriazione dello spazio pubblico attraverso l’azione artistica.
Ma ancora più in generale, a questo filone di pratiche effimere effettuate da movimenti spontanei possiamo far afferire eventi come la critical mass, evento spontaneo privo di struttura organizzativa formalizzata, effettuato dai ciclisti urbani per affermare il diritto a circolare nelle città in bici, o i numerosi flash mob e smart mob: riunioni di breve durata di gruppi di persone in uno spazio pubblico, finalizzate a mettere in pratica un’azione insolita, con motivazioni sia ludiche, sia di protesta.
Eppure, nonostante il carattere effimero e temporaneo, questi tipi di azioni sembrano avere un ampio sguardo sulla realtà, spesso con uno spessore politico paragonabile a quello dei “nuovi” giardini di quartiere.
Spazi pubblici in formazione, sebbene in maniera ludica e senza apparente organizzazione, lavorano a livello culturale sul significato di città.
Non è un caso, allora, se pensiamo a ciò che le green guerrillas rappresentano negli USA, dove sono nate: oggi esse sono organizzazioni di sostegno ai cittadini, non solo in mancanza di appoggi istituzionali, ma anche per mantenere vitale il senso politico e civico dell’appartenenza alla città e non rischiare di ingabbiare troppo il processo di autorganizzazione dal basso.
Perché allora nelle esperienze nostrane sembra che il guerrilla gardening sia considerata una realtà totalmente effimera e separata dalle nascenti esperienze di community gardening?
La tensione tra spontaneismo e finalizzazione politica sono in realtà presenti in entrambe le attività, come ci insegna l’esperienza newyorkese. Così come l’uso “virale” del web, per creare network, per creare spazi di scambio, discussione e condivisione che prescindono dai luoghi, ma che sanno esserne al contempo completamente dentro. Per i guerrilla gardeners è un modo per darsi appuntamento, per mettere in mostra le proprie azioni, per avere nuovi partecipanti grazie alla visibilità velocemente raggiungibile online. Per chi cerca di dare stabilità ai propri progetti orticoli sembrerebbe non essere differente. Questa necessità connettiva è proprio alla base della creazione di un modo di vivere e creare spazio pubblico che chiede ad alta voce di essere realizzato, dal basso. È un’occasione da non perdere da parte delle amministrazioni per riconoscere qualcosa che è già realtà, che non ha bisogno di essere inventata, né mediata. Già, perché il rischio della mediazione, della facilitazione, dell’inserimento di figure terze in ambito di questo tipo di processi è sempre in agguato. La dimensione relazionale, senza riferimenti a luoghi e/o a pratiche continuative, è il cuore delle pratiche di guerrilla gardening, ma è anche al centro delle pratiche di giardinaggio collettivo, non rigidamente connotate solamente da caratteri di stabilità e prossimità.
La sfida delle attuali amministrazioni non sarà quella di preparare in solitario delle linee guida per la gestione degli orti urbani, né tanto meno di affidare la gestione della relazione con il territorio ed i suoi abitanti a professionisti della mediazione, come nei tanti processi di urbanistica partecipata già sperimentati da un ventennio. Qui si tratta di capire che le esperienze in atto sono portatrici di nuove istanze, di nuove idee di città e di qualità della vita urbana, in cui non si domanda più passivamente, ma si agisce. In cui si bypassa il problema della rappresentanza e si legano spazi e pratiche con un sol nome. I community gardens sono al tempo stesso spazi e attività, in cui la proprietà pubblica delle aree e l’attivismo delle persone creano una singolare combinazione in cui pubblico e privato si rimescolano in spazi pubblici ibridi.
Sono esperienze in cui l’azione può disegnare l’istituzione, in cui nuovi immaginari urbani si costruiscono nel fare collettivo, in cui una molteplicità di gruppi autonomi riesce a incontrarsi con obiettivi comuni. Se il divenire sociale non è un processo lineare, ma si sviluppa con una costante oscillazione tra evento e struttura, potremmo guardare al guerrilla gardening come il seme, e agli orti collettivi come il frutto?
Tags:autorganizzazione, creativitàSociale, eventi, guerrilla gardening, radici situazioniste, spazio pubblico3 Commenti »











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Dal 16 al 18 giugno, a Garbatella e a Testaccio, una kermesse dedicata alla sostenibilità ambientale.
http://roma.cafebabel.com/it/post/2011/06/05/THINKGREEN-ecofestival-2011
Un articolo sul guerrilla gardening
http://terradinettuno.blogspot.com/2011/08/una-questione-di-lana-caprina.html